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Coronavirus, privacy e diritti “sospesi” di fatto: attenzione alla durata delle emergenze!

Si dice che in Italia nulla sia più duraturo di una decisione provvisoria e a conferma di tale paradossale assunto ciascuno di noi potrebbe raccontare infiniti aneddoti; oggi però, in piena emergenza coronavirus e alle prese con il più importante obiettivo possibile, ossia quello di salvare vite umane, il rischio è quello di dimenticare che le leggi, lo Stato di Diritto e finanche il rispetto della privacy sono concetti non ancora (formalmente) del tutto aboliti.

A livello mediatico, sui social ma anche sulle piattaforme classiche, non si fa altro che snocciolare numeri e dati apparentemente anonimi sui contagiati, i guariti, i ricoverati e i morti per COVID-19, dati che riguardano in realtà migliaia e migliaia di persone, le loro famiglie, le loro speranze e il loro dolore. Viviamo ogni giorno una sorta di “riduzione alla cifra” dei nostri concittadini, di fatto spersonalizzando l’intera emergenza che però, tragicamente, tornerebbe ad avere valenza personale qualora noi o un nostro caro venissimo contagiati.

Proprio la necessità di “portare a casa la pellaccia”, per usare una locuzione semiseria, fa guardare spesso con cattivo occhio chi osa soltanto per un attimo sollevare delle riserve su alcune procedure quantomeno dubbie, oggi tollerate con circolari o comunque atti amministrativi, inferiori come criterio gerarchico alle leggi ma di fatto in pieno vigore, nel silenzio di pressoché tutti.

Parliamo ad esempio della prassi sempre più diffusa di fotografare e inviare via instant messenger o mail documenti riservati, ricette mediche (anche se, da questo punto, con PrenotaFarmaci il problema è stato risolto) e tutta una serie di dati personali che in altri periodi della vita tenevamo, giustamente, al riparo di sguardi indiscreti ma che oggi, pur di evitare di uscire, invieremmo anche attraverso la più pettegola delle vicine di casa.

Certo, c’è l’emergenza, certo, in fondo siamo soltanto i numeri di un grande grafico, ma tutto questo prima o poi finirà, le persone torneranno a morire anche per altro (oggi pare che il 100% dei decessi italiani sia dovuto al coronavirus, ma in realtà ovviamente non è affatto così) e, probabilmente, torneremo ad avere maggiore cura dei nostri dati personali.

L’auspicio è che nessuno, nell’emanare restrizioni alle libertà costituzionali necessarie ma non certo destinate a durare a tempo indeterminato, poi ci prenda davvero gusto. O peggio, ci facesse abituare a farne a meno.

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